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Sono morto due volte. E ogni volta sono rinato diverso.

​Sono nato nel 1969, sotto il segno del Leone, ma la mia vita è stata tutt’altro che normale.

A 6 anni e poi a 35 ho vissuto ciò che oggi viene definito esperienza di pre-morte.

Due momenti che hanno cambiato per sempre il

mio modo di vedere la vita, la morte e tutto ciò

che esiste tra le due.

 

Per anni ho scelto il silenzio. Per pudore, per paura

del giudizio, per il timore di essere considerato

“diverso”.

 

Ho nascosto anche quella particolare sensibilità

che mi accompagna dalla nascita e che,

nel tempo, ha finito per guidare le mie scelte, nel

lavoro e nella vita privata.

​

Poi ho capito che certe esperienze non arrivano

per caso.

A contatto con la sofferenza delle persone ho visto crescere una domanda che appartiene a tutti: perché siamo qui?

 

Morire e rinascere mi ha insegnato a non sprecare il presente e a non avere più paura della morte. Per me non è una fine, ma un cambiamento di stato, una nuova prospettiva.

​

Questa è la mia storia. E oggi ho deciso di raccontarla.

Per molto tempo ho pensato che raccontare ciò che avevo vissuto fosse impossibile.

 

Come spiegare qualcosa che non rientra nelle esperienze quotidiane?

Come parlare di sensazioni, percezioni e consapevolezze che, per chi non le ha provate, possono sembrare semplicemente incredibili?

 

Eppure quelle esperienze hanno lasciato dentro di me una certezza:

la vita è molto più grande di ciò che riusciamo a vedere e comprendere.

​

Negli anni, la mia sensibilità è diventata una compagna inseparabile. A volte un dono, altre volte un peso.

Mi ha portato verso persone, situazioni e scelte che forse non avrei mai incontrato seguendo una strada convenzionale. Il contatto quotidiano con la sofferenza mi ha permesso di osservare da vicino paure, fragilità, domande e speranze che, in fondo, appartengono a tutti noi.

 

Viviamo in un'epoca nella quale molte certezze sembrano sgretolarsi.

E proprio quando tutto vacilla, torna una domanda antica: che senso ha la nostra esistenza?

​

Non pretendo di avere risposte definitive. Posso soltanto raccontare ciò che ho visto, ciò che ho sentito e ciò che quelle esperienze hanno cambiato dentro di me.

 

Oggi non considero più la morte come un punto finale.

La vedo come un passaggio, un cambiamento di stato, un mutamento di prospettiva.

E questa consapevolezza mi ha insegnato soprattutto una cosa: vivere davvero significa imparare ad apprezzare ciò che spesso diamo per scontato.

​

Le piccole cose. Un incontro. Una parola. Un abbraccio. Il tempo condiviso. La possibilità di esserci.

 

Forse è proprio questo il messaggio più importante che posso lasciare:

non aspettare di perdere qualcosa per comprenderne il valore.

 

Ho taciuto per anni. Oggi scelgo di parlare. Questa è la mia storia: una storia di morte, rinascita, sensibilità e speranza.

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